08
Nov
07

Dziga with a movie camera

Vertov - Man with a Movie CameraUn “documentario” di Vertov che non passa su Rai1 in prima serata. E non c’è niente di cui scandalizzarsi. Per la prima serata il pubblico fedelmente abbonato ha già cio’ che si merita: il varietà che non varia d’una virgola da un cinquantennio ad oggi. Sempre il solito carosello per casalinghe e casalinghi annoiatissimi che non sanno che farsene di Dziga Vertov, e che domani andando a comprare al supermercato devono scegliere proprio quella marca consigliata dal presentatore di fiducia.
Pubblicità in prima serata.
Per gli altri, che nella telegogia non sanno viverci, è possibile scaricare questo “documentario” dal sito già indicato: http://www.molotovdigital.com. Il difetto di questa copia è quello di non essere dotata della colonna sonora “originale”… o di quella che è stata ricostruita seguendo gli appunti lasciati dal regista russo, versione che è scaricabile dal celeberrimo Emule (legalmente, essendo scaduti i termini del copyright NDM).
Il film di Vertov è un documentario, s’è detto, o cosi’ almeno viene classificato. Ma, tutti coloro che hanno in mente Moore, come paladino o esempio del documentario, resteranno delusi e forse schifati. Il film di Vertov ha la pretesa di costruire un linguaggio cinematografico “totale”, affrancato da commistioni letterario teatrali, che obbliga lo spettatore a restare incollato alla ritmica delle immagini, e non a farsi una facile (fallace) opinione qualunquista del tipo: “guardate com’è cattivo quel porco di George Bush”, o peggio ancora l’italianissimo “Viva Zapatero!”, che sembra nient’altro che un panegirico in onore della Guzzanti stessa, che si spaccia per martire della censura rai-di-stato. Ma documentari come quelli di Moore o della Guzzanti, che piacciono cosi’ tanto al popolo votante, lasciano il tempo che trovano… sopratutto lasciano quel senso di tronfia soddisfazione in chi ha pagato il biglietto e si dice: “pero’! gnegna dette quattro a quelli li’!”.

Per quanto riguarda Vertov, invece il problema è quello di costruire un CORPO. Qualcosa di contundente. Le immagini che sfilano in un montaggio ritmico non hanno nulla a che fare con nessun tipo di propaganda, ma sono il corpo del cinema (occhio), che si proietta dritto dritto nell’occhio d’uno spettatore che deve solo placidamente subire, accogliere, lasciarsi invadere dalle peregrinazione dell’uomo-con-la-macchina-da-presa in giro per una città russa.
Forse un parallelo con Dziga Vertov, potrebbe essere The Cameraman di Buster Keaton. La trasognata assenza del “comico” americano ha lo stesso raggelante effetto sullo spettatore, che si trova obbligato ad una mimesi con la faccia di sasso di Buster, un mezzo sorriso, e un mezzo pianto. Uno spettatore incollato alla poltroncina, immerso in una parodistica imitazione di Giano. Sulla soglia tra lo sberleffo e il serio. Tra il documentario, che ci racconta una realtà pre-esistente, e la realtà del Corpo-Cinema che ci proietta una realtà con un surplus di vero… un surplus di vero che è quella parte che s’aggiunge grazie al cosidetto “gesto artistico”… quell’inspiegabile gesto che fa si che un qualcosa, sia allo stesso tempo, anche qualcos’altro; cosichè “la promenade” a zonzo per città russe, non è un semplice ritratto d’epoca, in cui il regista cataloga tutti quegli oggetti che si crede siano sintomatici del suo tempo. Il film di Vertov è ritmica, e con questa ritmica introduce direttamente la sensazione visiva di ri-trovarsi in una russia d’inizio secolo… cosi’ che il gesto di Vertov trasforma le macchine il traffico le ore di lavoro l’alba non in una lista salmodiante, che metterebbe in rapporto dialettico la modernità con chissà quale svuotamento o alienazione, ma scatena un linguaggio cinematografico che ha assimilato le forze più possenti di quel moloch che si suole chiamare modernità: accellerazioni, frenate repentine, sovrapposizione, spasmodice risa e furibonde masse che si moltiplicano in riflessi sovrapposti ecc… questo è cio’ che aggiunge alla “realtà” il gesto artistico di Vertov… (cosi’ come succede per l’orinatoio di Duchamp: è per questo che nessuno va al MoMa di NewYork,per pisciarci dentro… ma per “ammirarlo”…. e, se si vuole, si potrebbe ipotizzare un ulteriore gesto artistico sull’oggetto duchampiano: immaginiamo un artista che vada al MoMa coll’intento di pisciare nell’orinatoio di Duchamp, ripetendo in sostanza il gesto che lo stesso Duchamp aveva compiuto “ai danni” della Gioconda… trasformando cosi’ l’orinatoio al MoMa in un “vero” urinatoio, e dunque sostanzialmente, rimettendo in causa, la messa in causa del gesto di Duchamp, che voleva fare dell’orinatoio un opera d’arte (del Ready-made, l’opera).. e ora, ripisciandoci dentro, si riconsidererebbe l’orinatoio come tale, e quindi il Ready-made verrebbe negato, eppur confermando che la “trovata” duchampiana è difficilmente smentibile… è chiaro?…)/////

Insomma. Buona visione.

… e se si vuole “approfondire” il discorso sul “qualcos’altro” che viene introdotto dal gesto artistico, si puo’ leggere il divertente “Perchè un cigno?” in Gregory Bateson_ “Steps to an Ecology of Mind”, Chandler Publishing Company, 1972, NewYork


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