Vi siete mai chiesti il perchè della direzione in cui state procedendo? Magari vi state impegnando con tutte le vostre forze contro infinite difficoltà per arrivare da qualche parte. Vi siete mai detti, si adesso sto faticando di brutto, ma poi…
Va bene, sembra un po’ stupido quello che sto scrivendo. Provo a esprimermi meglio. Non vi sembra che normalmente ci si comporti in un certo modo solamente per dei forti condizionamenti ambientali, sociali, convenzionali come se fossimo dei tori imbizzarriti che puntano un fazzoletto rosso con tutte le loro forze senza chiedersi un momento, o non abbastanza, il perchè. A me sembra un comportamento decisamente comune e spesso anche io mi sento partecipe di questo flusso che trasporta e da anche forza visto che molti assieme a noi si muovono nella stessa direzione senza un obiettivo comune tranne il remare a tempo per far muovere la barca nella direzione che noi non abbiamo deciso. Qualcun altro l’ha fatto per noi.
Perchè non iniziare a riflettere un po’ di più non tanto sul vero obiettivo, che non penso esista o sia rilevante, ma sul modo migliore per trascorrere il viaggio? Come punto di partenza potremmo ad esempio decidere noi la direzione della barca, magari accontentandoci di una barca più piccola e meno veloce ma da cui probabilmente il panorama si vede meglio, mentre viaggiamo possiamo scambiarci dei pensieri con chi ci sta attorno e non soltanto dei borborigmi privi di sense pronunciati quasi esclusivamente durante i pasti. Lo specchio d’acqua è naturalmente popolato da barconi enormi che producono onde altissime e qualche schizzo in faccia lo riceveremo di sicuro. Tante soddisfazioni (?) non potremo di sicuro togliercele, a bassa energia certe cose semplicemente non si possono fare, raggiungere. Ad alta energia tante cose sono possibili e tante di queste producono danni negli altri che ci circondano. Il numero delle cose che una persona può fare quando ha dei mezzi notevoli è enorme: quasi tutte perturbano l’ambiente in modo sensibile e spesso disastroso. Ogni piccolo centesimo di quello che possediamo rappresenta una frazione delle cose che esistono sulla Terra. Si è monetizzato tutto: l’aria, l’acqua, la terra, il fuoco. Tutti gli elementi fondamentali dei naturalisti greci è denaro. L’uomo moderno puo’ accumulare questa cosa astratta che chiamiamo soldi senza che marcisca o deperisca, che perda valore o che venga rubata. A patto di prendere delle elementari precauzioni. Ovviamente. Accumuliamo cose in un crescendo di frenesia e senza fermarci un secondo a chiederci perchè, a che pro, mi serve, mi farà stare meglio, mi sto davvero godendo il viaggio?
Abbiamo un’organizzazione sociale complessissima con una quantità enorme di livelli fittizi che ci oscurano la vista anche a chi si impegna per dipanare le ragnatele fitte che coprono la realtà nuda e cruda. Che forse fa paura a quasi tutti: la vera condizione umana di inutilità (!) e assenza di scopo (!)
Utilità, scopo, obiettivo. L’eredità della scienza newtoniana è pesante e difficilmente estirpabile dalla nostra cultura. Sembra che nel mondo ci debba sempre essere qualcosa che va modellizzato con un vettore, una freccia che simboleggia una forza applicata in un punto e che fa muovere qualcosa d’altro verso l’Obiettivo. Il Fine. La lente finalistica che abbiamo sugli occhi ci impedisce di cogliere l’assenza di scopo anche dove è più evidente. E questa mancanza di visione ci fa comportare in modo che agli occhi di uno esterno alla nostra società deve di certo sembrare bizzarro e assurdo. Ad esempio cosa penserà uno scimpanzè di quello che fa l’uomo?
Mi metto nei panni dello scimpanzè senza sentirmi sminuito.
Lo scimpanzè ci vede alzarci la mattina che ci laviamo con dei prodotti contenuti in barattoli un po’ strani dai colori decisamente sospetti. Eliminiamo accuratamente ogni odore che noi stessi produciamo. Poi prendiamo un oggetto estremamente tagliente ed eliminiamo i peli dalla nostra faccia/gambe/quel-che-è. Ora, abbastanza deodorati, deumanizzati, deanimalificati ci dirigiamo tonici e pieni di energia verso l’armadio e scegliamo qualche pezzo di stoffa di vari colori e ci copriamo il corpo come se ce ne vergognassimo. Ormai raggiunta la presentabilità sociale chiudiamo a chiave la nostra tana piena di cose strane e cambiamo tana: la macchina. Qui lo scimpanzè vedrà una varietà di tane mobili incredibile ma tutte fatte grosso modo alla stessa maniera e puzzolenti e rumorose uguale. Non vado avanti nell’osservazione perchè preferisco tornare nella foresta e andarmi a cercare qualche banana su un albero e divertirmi un po’ su delle liane fresche e resistenti che ho scovato da poco durante le mie infinite passeggiate nell’ombra fresca e accogliente. 
Mi sa che quasi quasi resto scimmia. Ho il 97% dei geni in comune con quel pazzo che osservavo poco fa, ma non lo dimostro per niente! C’è un solo problema, nonostante io non chieda nulla all’uomo, lui se mi vede, bene che mi vada, mi rinchiude in uno zoo. Se va male mi spara perchè tanto non ho l’anima!
è una briciola persa in un mare di polvere si guarda i contorni ma sono piccoli perchè risca a vederli parla ma non sente e non ha voce per le sue orecchie è un lamento che sfugge ma che picchia forte non trova punti per aggrapparsi perchè ciò che vede è infnito e io la vedo e non riesco a dirle che lei è tutto
Poesia e sentimentalismo.
Ognun scriva quel che gli va!
Ma questa non è poesia. Poesia è quel rovello che si risolve in detonazioni di bolle d’aria. Poesia sono quelle parole che nascono, fioriscono e imputridiscono immediatamente, dopo notti insonni passate a ricapitolare se stessi.
La propria esistenza non è quel rassicurante descriversi le cose come se esse continuassero ad essere, ma quell’istantaneo momento, quell’attimo agghiacciante dove tutto si scolora, svanisce dentro uno sguardo lucido, dentro due occhi fatti perla di vetro.
Esistenza sarà, al massimo, quel vago sentor di trasparenza.
Sembra qui ormai una guerra al rilancio. Dove chi più ha, più ne mette.
Ma il poeta non è quella specie di monco che non ha nulla?
Il poeta non è quello scempiato che nulla puo’ cogliere, perchè tranciate ha le mani?
Qui invece sembra che poesia sia ancora: qualche strofa, frasi accavallate, sdruciolii di aggettivi, imprezziositi da un dubbio gusto d’evocazione. Questa, m’insegno, non è poesia, ma è “poetizzare”… fare delle parole consuete un uso inconsueto…
La poesia, m’insegno, non è quel dolciastro modo di mettersi a scribacchiare tutta una serie di immagini imprecise… ma l’esatto contrario… è quel momento in cui la scrittura raggiunge non il vago, ma il troppo preciso.
Poeta è colui che ha occhi che penetrano dentro la propria vista, parole che si generano dentro la propria bocca, come si trattasse d’una carie.
Qui si fraintende. Ci si ostina a prender per poesia, quelle ore annoiate, passate a sentire la maestrina declamare delle frasi incomprensibili, ad alunni che di poesia sanno già tutto, ma che vengono istruiti del fatto che “poesia” è solo quella nei libri.
E allora, studenti pedissequi, si mettono a copiare, quelle declamaioni noiosissime, pensando cosi’, di nobiltare l’animo, i darsi dello “spirito”…
Ma qui, si continua a fraintendere.
Mi s’accusa d’aver fatto scuola?
Mi s’accusa di fraintendere cosa sia poesia?
E chi sono il Sig. marcogoni e il Sig. Risposta per poter dire cosa sia poesia…
Poesia è quel momento in cui mi metto a spettinare qualche parola… cosi’, per puro intervallo… non a scuola ho appreso a mettere quelle parole in disordine, ma alla ricreazione, quando avevo voglia di sfogarmi, di sentirmi più libera, di lasciarmi andare ai sentimenti…
I sentimenti, si’, dei quali pero’ non saprei dire cosa siano.
cerco di metter fine alla mia ricreazione…ma mi si perdonerà di non voler proprio perdere il vizio di pastrocchiare….sono felicemente cieca
“Sono felicemente cieca.”
E non voglio neppure essere perdonata. Io mi prendo la briga di pastrocchiare quanto mi pare e piace, alla faccia dell’Amministratore e tutti i suoi scagnozzi.
Io qui, faccio quel che mi pare. Vagolo su me stessa, come una rondinella persa nei profumi di troppa primavera. Io qui continuo dispoticamente a rigirarmi al ritmo dei miei pizzi e i miei merletti, a seguire il profumo dei miei capelli che m’avvolgono il viso nelle mie piroette. Io qui son regina di me stessa, della mia lucida cecità.
E continuero’ a scribacchiare, a pastrocchiare, cosi’ ora, come sempre.
L’Amministratore vorrebbe qui richiamare l’attenione del lettore sul suo articolo “La direzione della scalata”, chiedendo di dimenticare le bagatelle createsi attorno ad un “caso poetico” nei vari commenti precedenti a questo.
Chiede questa attenzione perché si annunciano delle parole significative sul rapporto uomo scimmia, che nell’articolo veniva risolto cosi’:
“Mi sa che quasi quasi resto scimmia.”
Quasi come se scimmia non lo fosse già.
Si le comportement de certains mammifères supérieurs, en particulier des singes, nous paraît annoncer celui de l’homme c’est presque exclusivement, peut-être, à cause du rôle déjà important, mais pas encore aussi important que chez les hommes, joué par le mimétisme d’appropriation. Si un individu voit un de ses congénères tendre la main vers un objet, il est aussitôt tenté d’imiter son geste.
“Des choses cachées depuis la fondation du monde”, ed Livre de Poche, ‘78, pag. 18
Mme de Staêl:
“En France, il semble que l’esprit d’imitation soit comme un lien social, et que tout serait en désordre si ce lien ne suppléait pas à l’instabilité des institutions”
“Trois institutions littéraires”, folio/Gallimard, Paris, 1994,
pag. 123.