Archivio per Marzo 2007

31
Mar
07

Credere o non credere? Homo insapiens!

Ci ripetiamo continuamente che siamo nell’anno 2007 (qualunque cosa voglia dire), pensiamo di avere un livello di civiltà incredibile, la prima cosa che ci viene in mente se pensiamo all’anno 2000 sono come minimo astronavi con propulsori ad antimateria e altre futorologie varie.

Poi veniamo al concreto: fanno un sondaggio tra gli americani e cosa scopriamo?

Scopriamo che tra ora e dicimila anni fa non è cambiato nulla: pensiamo sempre che l’uomo sia stato creato da una tartaruga o da un uomo barbuto, che la terra ha poche migliaia di anni e ovviamente Charles Darwin fosse come minimo un ubriacone in vena di scherzi.

Per fortuna adesso starò in Francia per un po’ e li della religione se ne infischiano, conservano un pochino di illuminazione illuministica. Devo emigrare, ma dove? Sulla Luna?

Pazzesco!

A belief in God and an identification with an organized religion are widespread throughout the country, according to the latest NEWSWEEK poll. Nine in 10 (91 percent) of American adults say they believe in God and almost as many (87 percent) say they identify with a specific religion. Christians far outnumber members of any other faith in the country, with 82 percent of the poll’s respondents identifying themselves as such. Another 5 percent say they follow a non-Christian faith, such as Judaism or Islam. Nearly half (48 percent) of the public rejects the scientific theory of evolution; one-third (34 percent) of college graduates say they accept the Biblical account of creation as fact. Seventy-three percent of Evangelical Protestants say they believe that God created humans in their present form within the last 10,000 years; 39 percent of non-Evangelical Protestants and 41 percent of Catholics agree with that view.

31
Mar
07

Sharing on the Net

emule
Qualche giorno fa una Commissione della Comunità Europea ha approvato a larghissima maggioranza (23-3) una proposta di legge che rende pienamente legittimo il file sharing di contenuti coperti da diritto d’autore purché questa attività non produca un guadagno illecito. Quindi se ciò che scarico resta in famiglia per il mio uso personale non ho nulla da temere.

In sostanza questa legge (ancora da approvare dal Parlamento stesso) ripristina lo stato di cose che esisteva prima del decreto Urbani (che è stato davvero Ministro! non era un’allucinazione! vi ricordo che anche calderoli è stato ministro!!! da non credere cosa riesce ad arrivare al potere).

Quindi cari ragazzi l’Europa, a quanto pare, fa muro contro muro sulla questione del copyright con gli Stati Uniti land of the free (market).

riscaldate bit torrent e compagnia

28
Mar
07

La chiesa deve stare zitta.

Cardinale...Non se ne puo’ piu’.

Ogni giorno c’è un vescovo, un cardinale o uno di quegli strani individui che si vestono in modo porporatamente bizzarro che si sente obbligato a dire la sua sulla questione dei Dico. Ma, dico, esiste in Italia qualcuno che voglia far rispettare il concordato? Io mi aspetto che il Presidente della Repubblica DICA in modo autorevole ma fermo che l’Italia è (uhm… aspira a diventare) uno stato laico in cui l’esistenza stessa della chiesa deve essere vista come un favore che le facciamo. Perche’ in un Paese serio le sette vengono guardate con sospetto dalle persone non del tutto rincretinite dalla televisione. Se qualcuno per strada sente parlare di scientology, pensa subito a un modo per fregare soldi ai facoltosi scemotti americani. Qui da noi la chiesa è il punto di riferimento per quello che dicono i politici. Ma si puo’?

No!

28
Mar
07

Gradisce un po’ d’uranio?

Uranium price

Ultimamente si parla spesso dell’energia nucleare come una possibile soluzione per ridurre le emissioni di gas serra da parte degli impianti a combustibile fossile. La cosa, anche se fossimo del tutto convinti che la soluzione sia quella giusta, non sembra del tutto economicamente conveniente da un po’ di tempo a questa parte. Per una serie abbastanza complessa di motivi il prezzo dell’uranio sta andando alle stelle: negli ultimi dieci anni il prezzo si è quasi decuplicato. http://www.uranium.info/prices/monthly.htmlhttp://www.uranium.info/prices/monthly.html

Qualche anno fa ricordo che il prezzo del KWh prodotto con il nucleare era grosso modo equivalente a quello prodotto tramite energia eolica anche senza tener conto delle spese extra che lo smaltimento delle scorie rende obbligatorio e di difficile stima. Con il prezzo cosi’ alto dell’uranio l’utilizzo delle fonti rinnovabili mi sembra ancora piu’ conveniente anche se in molti casi di difficile adozione per i problemi che conosciamo tutti: impatto visivo, difficile accoglienza della popolazione locale e difficoltà di individuazione dei siti ottimali.

13
Mar
07

Sviluppare foto RAW in GNU/Linux

Se avete una macchina fotografica digitale decente avrete senz’altro usato qualche volta il formato RAW. Questo formato non è altro che l’insieme di dati prodotti dal sensore CCD o CMOS (più o meno trattati e/o compressi.) Il pregio di questo formato è che contiene molte più informazioni sull’immagine rispetto al JPEG che normalmente viene usato dalle macchine fotografiche meno serie.

Il problema è che usando Linux, abbiamo grossi problemi a trovare un programma efficiente e che produca risultati di qualità paragonabile a quella delle applicazioni per Windows. Oggi sembra che la situazione si stia un po’ smuovendo e ci sono varie possibilità.

L’unica vera possibilità per quanto riguarda i programmi commerciali resta Bibble, che però oltre che essere non free è abbastanza macchinoso da usare e le immagini prodotte non sono di mio gradimento: troppo morbide e quasi sfocate. Ma la vera critica è l’intefraccia utente davvero strana.

Se aspettiamo un po’ di tempo, dovremmo poter avere quello che è considerato il miglior convertitore RAW sul mercato anche sotto Linux: RAWMAGICK. Sul sito dicono di essere prossimi al rilascio di una versione per Linux, ma ancora non ho testato il programma.

Se siamo dei fanatici della riga di comando, non abbiamo tanti problemi perchè c’è dcraw del grande Dave Coffin che ci permette di ottenere risultati notevoli al prezzo di una sintassi abbastanza criptica almeno all’inizio. Ma il vero problema è la gestione dei profili di colore e la difficoltà nel processare una quantità anche modesta di immagini in una volta sola.

Ora c’è un programmino gratuito, ma non open source che si chiama RawTherapee che secondo me è davvero notevole sia come qualità finale delle immagini che come usabilità dell’interfaccia. Se consideriamo che questo programma è stato scritto da una persona sola in poco tempo… è davvero un capolavoro. I difetti sono i soliti della gioventù: un po’ lento nella conversione, qualcosa da rivedere nell’usabilità e ogni tanto instabilità che porta a qualche crash. Tutto sommato notevole.

Di sicuro avrò dimenticato qualche possibilità che ci offre il mercato come ad esempio utilizzare software per Win tramite WINE, ma dopo aver sbattuto la testa per un po’ con Rawshooter Essential e aver ottenuto delle immagini con colori totalmente sballati… ho lasciato perdere.

Spero che questa panoramica sia utile a qualcuno e se avete qualche suggerimento… fatemi sapere!

11
Mar
07

La Chiesa e i suoi difensori

 

Madre Mastella di CalcuttaLo scontro che da sempre è in atto tra la Chiesa e i laici raggiunge in Italia in questo periodo un livello che da tempo non si rilevava. La rabbia per il fatto che l’Italia sia sotto scacco da parte di una setta religiosa è immensa. In Italia non si può fare nulla che vada anche minimamente contro l’organizzazione religiosa più potente del mondo. E non si può fare nulla perche’ la maggior parte degli italiani è cattolica. Dopo più di duemila anni siano ancora li: anno zero. E’ proprio il fatto accaduto nella trasmissione di Santoro qualche giorno fa ad avermi fatto saltare i nervi anche più dei messaggi dei vari Ruini, Ratzinger e compagnia. Che Ruini e soci difendano la loro baracca mi sembra anche naturale, ma quando sento un buffone come Mastella che si indigna con Vauro per delle simpatiche vignette si cade davvero nel ridicolo.

I politici da sempre sfruttano la credulità della gente per avere più consensi, ma la cosa di cui mi rendo conto oggi è che ciò accade solo in Italia e in pochi altri posti al mondo altrettanto culturalmente degradati e pronti a credere a quasiasi buffonata, lacrimuccia madonnistica o a qualche miracoletto alla padre pio.

 

Quando, quando, quando in Italia non succederà più tutto questo?

Quando potremo vedere un dibattito tra politici senza che questi difendano le posizioni di una setta religiosa che non si capisce perchè ha avuto così tanto successo nel mondo specie fra i diseredati e i poveracci che si lasciano docilmente condurre dal pastorello di turno?

Temo che quel giorno sia ancora lontano. Non resta che continuare a lottare per un Paese libero dalle infestazioni rugginose-religiose e dalle ipocrisie tipicamente cattoliche.

06
Mar
07

I sette peccati capitali di Internet (e le sue virtù)

Ho appena letto un interessante intervento di Stefano Rodotà su Repubblica. Visto che si tratta di un discorso tenuto in sede istituzionale penso di poterne riportare integralmente la trascrizione.

Qual è il destino dei parlamenti nell’età dell’informazione e della comunicazione? Alcuni anni fa, quando cominciò il dibattito sulla democrazia elettronica, sembrava che le nuove tecnologie avrebbero portato ad una progressiva scomparsa della democrazia rappresentativa, sostituita da forme sempre più diffuse di democrazia diretta. Nel nuovo agorà elettronico i cittadini avrebbero potuto prendere sempre la parola e decidere su tutto.

La memoria dell’antica Atene e il modello dei town meetings del New England apparivano come la forma nuova della democrazia, con un intreccio tra antico e nuovo che avrebbe via via cancellato il ruolo dei parlamenti. Oggi queste ipotesi sono lontane, e la democrazia elettronica segue strade diverse da quelle di una brutale e ingannevole semplificazione dei sistemi politici. Ma questo non vuol dire che i parlamenti possano trascurare le grandi novità determinate dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, che incidono profondamente sul loro ruolo e sul modo in cui si struttura il loro rapporto con la società. Non siamo di fronte a semplici strumenti tecnici, ma ad una forza potente, la tecnologia nel suo complesso, che sta trasformando in modo radicale le nostre società.

Stiamo passando, su scala mondiale, da un equilibrio tecnologico all’altro. Il primo, grande compito dei parlamenti, oggi, è dunque quello di cogliere questo momento, di compiere tempestivamente le scelte intelligenti necessarie perché l’insieme delle tecnologie si risolva in un rafforzamento complessivo della democrazia.

Sono divenute chiare alcune linee di analisi e di intervento, che possono essere così riassunte:
- evitare che le nuove tecnologie portino ad una concentrazione invece che ad una diffusione del potere sociale e politico;
- evitare che le nuove tecnologie si consolidino come la forma del populismo del nostro tempo, con un continuo scivolamento verso la democrazia plebiscitaria.

-evitare che ci si trovi sempre più di fronte a tecnologie del controllo invece che a tecnologie delle libertà;
- evitare che nuove disuguaglianze si aggiungano a quelle esistenti;
- evitare che il grande potenziale creativo delle nuove tecnologie porti non ad una diffusione della conoscenza, ma a forme insidiose di privatizzazione.

Pure l’età digitale, dunque, ha i suoi peccati, sette come vuole la tradizione, e che sono stati così enumerati: 1) diseguaglianza; 2) sfruttamento commerciale e abusi informativi; 3) rischi per la privacy; 4) disintegrazione delle comunità; 5) plebisciti istantanei e dissoluzione della democrazia; 6) tirannia di chi controlla gli accessi; 7) perdita del valore del servizio pubblico e della responsabilità sociale. Non mancano, tuttavia, le virtù, prima tra tutte l’opportunità grandissima di dare voce a un numero sempre più largo di soggetti individuali e collettivi, di produrre e condividere la conoscenza, sì che ormai molti ritengono che la definizione che meglio descrive il nostro presente, e un futuro sempre più vicino, sia proprio quella di “società della conoscenza”.

Al di là delle immagini e delle metafore, i parlamenti non sono chiamati a scegliere tra il bene e il male. Di fronte ad una realtà complessa, nella quale convivono società della conoscenza e società del rischio, i parlamenti non sono chiamati scegliere tra bene e male. Devono ribadire la loro storica e insostituibile funzione di custodi della libertà e dell’eguaglianza.
Non sono riferimenti retorici. La tecnologia è prodiga di promesse.

Alla democrazia offre strumenti per combattere l’efficienza declinante, e arriva fino a proporne una rigenerazione. Ma, se guardiamo al mondo reale, alle tendenze in atto, rischiamo di incontrare sempre più spesso un uso delle tecnologie che rende capillare e continuo il controllo dei cittadini. A queste tendenze bisogna reagire, non solo per sfuggire ad una sorta di schizofrenia istituzionale che spinge verso la costruzione di un mondo diviso tra le speranze di libertà e l’insidia della sorveglianza. E’ necessario soprattutto considerare realisticamente le dinamiche sociali, a cominciare da quelle che rischiano di produrre nuove diseguaglianze.

Questo problema viene solitamente indicato con l’espressione digital divide, ed effettivamente l’uso delle tecnologie, di Internet in primo luogo, produce stratificazioni sociali, l’emergere di nuove categorie di haves e di have nots, di abbienti e non abbienti proprio per quanto riguarda la fondamentale risorsa dell’informazione. Ma le più attendibili ricerche sul digital divide mettono in evidenza che il divario tra paesi sviluppati e paesi meno sviluppati, per quanto riguarda l’accesso ad Internet, non può essere esaminato riferendosi prevalentemente alle differenze di reddito. Pur rimanendo profondissime, infatti, le distanze riguardanti Internet tendono a ridursi più rapidamente di quelle relative alla ricchezza.

Questo vuol dire che i fattori influenti non sono tanto quelli economici, quanto piuttosto quelli sociali e culturali.

Conoscenza è parola che sintetizza le possibilità di accedere alle fonti, di elaborare il materiale, raccolto, di diffondere liberamente le informazioni. Già nell’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite si è affermato il diritto di ogni individuo alla libertà di opinione e di espressione “e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”. Oggi questo diritto è in pericolo per la pretesa di molti Stati di controllare Internet, per l’esercizio di veri poteri di censura, per le condanne di autori di quelle particolari comunicazioni in rete che sono i blog.

Questa situazione non può essere ignorata, soprattutto perché alcune grandi società – Microsoft, Google, Yahoo!, Vodafone – hanno annunciato per la fine dell’anno la pubblicazione di una “Carta” per tutelare la libertà di espressione su Internet. I parlamenti non possono accettare che la garanzia del free speech, che gli Stati Uniti vollero affidare al Primo Emendamento della loro Costituzione, divenga materia di cui si occupano solo i privati, che evidentemente offriranno solo le garanzie compatibili con i loro interessi.
Internet è il più grande spazio pubblico che l’umanità abbia conosciuto, dove si sta realizzando anche una grande redistribuzione di potere. Un luogo dove tutti possono prendere la parola, acquisire conoscenza, produrre idee e non solo informazioni, esercitare il diritto di critica, dialogare, partecipare alla vita comune, e costruire così un mondo diverso di cui tutti possano egualmente dirsi cittadini.

Ma tutto questo può diventare più difficile, per non dire impossibile, se la conoscenza viene chiusa in recinti proprietari senza considerare proprio la novità della situazione che abbiamo di fronte e che impone di guardare alla conoscenza come il più importante tra i beni comuni.

La questione dei beni comuni è essenziale. Parole nuove percorrono il mondo – open source, free software, no copyright – dando il senso di un cambiamento d’epoca. Oggi, infatti, il conflitto tra interessi proprietari e interessi collettivi non si svolge soltanto intorno a risorse scarse, in prospettiva sempre più drammaticamente scarse come l’acqua. Nella dimensione mondiale assistiamo ad una creazione incessante di nuovi beni, la conoscenza prima di tutto, rispetto ai quali la scarsità non è l’effetto di dati naturali, ma di politiche deliberate, di usi impropri del brevetto e del copyright, che stanno determinando un movimento di “chiusura” simile a quello che, in Inghilterra, portò alla recinzione delle terre comuni, prima liberamente accessibili. Questa scarsità artificiale, creata, rischia di privare milioni di persone di straordinarie possibilità di crescita individuale e collettiva, di partecipazione politica.

La sfida lanciata ai parlamenti non riguarda soltanto la necessità di trovare nuovi equilibri tra logica della proprietà e logica dei beni comuni. Investe lo stesso modo d’intendere la cittadinanza. La vera novità democratica delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, infatti, non consiste nel dare ai cittadini l’ingannevole illusione di partecipare alle grandi decisioni attraverso referendum elettronici. Consiste nel potere dato a ciascuno e a tutti di servirsi della straordinaria ricchezza di materiali messa a disposizione dalle tecnologie per elaborare proposte, controllare i modi in cui viene esercitato il potere, organizzarsi nella società. Con questo vasto mondo – in cui la democrazia si manifesta in maniera “diretta”, ma senza sovrapporsi a quella “rappresentativa” – i Parlamenti devono trovare nuove forme di comunicazione, attraverso consultazioni anche informali, messa in rete di proposte sulle quali si sollecita il giudizio dei cittadini, procedure che consentano di far giungere in parlamento proposte elaborate da gruppi ai quali, poi, vengano riconosciute anche possibilità di intervento nel processo legislativo.

La rigida contrapposizione tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta potrebbe così essere superata, e la stessa democrazia parlamentare riceverebbe nuova legittimazione dal suo presentarsi come interlocutore continuo della società.
In questa prospettiva, i parlamenti debbono soprattutto impedire che le esigenze di lotta a terrorismo e criminalità e le richieste del sistema economico portino alla nascita di una società della sorveglianza, della selezione e del controllo, alterando quel carattere democratico dei sistemi politici di cui proprio i parlamenti sono i primi ed essenziali garanti.
Proprio le tecnologie, con la loro apparente neutralità, hanno rafforzato le spinte verso la creazione di gigantesche raccolte di dati personali.

La politica sta delegando alla tecnica la gestione dei più diversi aspetti della società, dimenticando, ad esempio, un principio chiaramente indicato nell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. In questa norma si ammettono limitazioni dei diritti per diverse finalità, compresa la sicurezza nazionale, a condizione però che si tratti di misure compatibili con le caratteristiche di una società democratica. I parlamenti devono esercitare con il massimo rigore questa funzione di controllo, senza delegarla ad altri organi dello Stato, fossero pure le corti costituzionali. Solo così possono evitare la trasformazione dei cittadini in sospetti, ed impedire che, con l’argomento della difesa della democrazia, sia proprio la democrazia ad essere perduta.

Questo è il discorso
che Stefano Rodotà
ha tenuto a Montecitorio
per l’apertura della
Conferenza internazionale
dell’Unione interparlamentare


(6 marzo 2007)

05
Mar
07

M$ Vi$ta e l’impatto ambientale

Steve Ballmer o un tricheco?M$ introduce Vista e i requisiti hardware di questo nuovo sistema operativo sono molto piu’ stringenti rispetto a XP e a GNU/Linux. Questo apparentemente non e’ un problema per chi decide di non adottare questo sistema operativo, ma se si puo’ prevedere cosa accadra’ nei prossimi mesi e anni: un massiccio abbandono dell’hardware che di colpo diventa obsoleto e incapace di far girare il nuovo software. Ovvero: un aumento dell’inquinamento ambientale di notevoli proporzioni non compensato da un reale vantaggio per l’utente. Questo puo’ accadere solo perche’ viviamo una situazione di monopolio del software che ci fa dipendere tutti dalle scelte di un solo soggetto. E’ quello che accadrebbe se la FIAT introducesse un nuovo modello di macchina, piu’ bello esteticamente del precedente, ma con un consumo di carburante triplo: se la FIAT fosse monopolista, saremmo obbligati prima o poi a comprarlo anche noi. Per fortuna non e’ piu’ cosi’ nel mondo dell’auto e la globalizzazione serve a qualcosa di positivo.
La soluzione a questo problema dipende solo dalle nostre scelte. Oggi abbiamo la possibilita’ di “comprare un’altra auto” che consuma meno, e’ piu’ divertente e sicura da guidare e ormai e’ anche decisamente piu’ bella da vedere. Il solo problema e’ l’esistenza di qualche applicazione specifica (vedi giochi) di cui non esiste l’equivalente in campo open source. Questo deriva solo dal fatto che se il mercato si affida a un solo soggetto, nessuna azienda investira’ tanto per raccogliere le briciole. Per fortuna la situazione sta cambiando in modo abbstanza rapido.

05
Mar
07

Amsterdam e le ganasce…

Se andate ad Amsterdam in macchina, state attenti! Non c’e’ nessun cartello che lo dica in lingue conosciute (almeno in quattro a bordo non ne abbiamo visto), ma i parcheggi sono a pagamento. Se non pagate vi ritroverete delle ganasce gialle e dopo una lunga attesa dovrete pagare 100 euro per potervene andare. A domanda su come avrei dovuto capire che i parcheggi sono a pagamento e dove pagare, il gentile incaricato risponde che ci sono dei cartelli all’ingresso della citta’… l’idea (che approvo) e’ quella di rendere la vita difficile alle auto in citta’, ma se lo dicessero in modo esplicito non sarebbe male. Cosi’ sembra solo un obolo per essere entrati in citta’. Usiamo il treno…